martedì 6 marzo 2018

Perle enologiche italiane - Il Picolit dal grande Friuli


è un vitigno autoctono a bacca bianca, molto raro quanto noto, viene coltivato sulle colline del Cividalese, nelle zone del collio goriziano e dei colli orientali udinesi.

Storia

Il nome deriva probabilmente dalla piccola quantità di acini e grappoli che contraddistingue questa varietà: i suoi appellativi, infatti, furono Piccolit, Piccolitto friulano e tanti altri. Sembra che già nel 1755 a Venezia il Picolit fosse inserito in un'ampia carta dei vini, assieme ad un altro vino nobile friulano, il Rosazzo bianco. Tra i primi a parlare di questo vino è l'autore di un trattato sugli alberi da frutto, un certo


Gallesio il quale afferma che tale superba varietà derivi da un seme sviluppato casualmente in alcune aree del Friuli (inizialmente Rosazzo, poi in altre zone della provincia di Udine e Gorizia) e successivamente coltivato, dopo aver compreso le sue grandi qualità, in tutta la regione. Una decina d'anni dopo, il Picolit viene conosciuto e consumato in gran parte dell'Europa, anche se alcuni non ne conoscono ancora il nome. Nel 1806 sul Bollettino dell'Associazione Agraria Friulana, il conte Fabio Asquini, uno dei principali studiosi al quale si deve gran parte della promozione in regione di questo vino, descrive minuziosamente come eseguire la vendemmia e la vinificazione del Picolit che già allora richiedeva cure e lavorazioni particolari, considerato che veniva commercializzato al secondo anno. E così questo straordinario vino giunge nelle mense più ricche e nobili non solo d'Europa (Roma, Milano, Parigi, Londra, Amsterdam) ma addirittura degli Stati Uniti. Ad Asquini va quindi il merito di aver avviato la commercializzazione del Picolit diffusamente già nel 1762, con 264 bottiglie vendute (a 4 lire venete cadauna) per giungere allle 4'757 del 1785. E ancora sua è l'intuizione di introdursi nel mercato dei vini, allora dominato dai francesi, con un prodotto "diverso" perché dolce ma che, per la sua raffinatezza, faceva concorrenza al già famosissimo "Tokaj" ungherese, considerato eccellente vino da meditazione. Asquini scelse quindi una fascia di mercato elevata, formata dai nobili e dall'alto clero, concentrando i suoi interessi commerciali a Venezia, città tra le più importanti d'Europa per la cultura ed il commercio. Per soddisfare le diverse richieste del mercato, Fabio Asquini presentò due Picolit, di cui uno "più dolce" per il mercato tedesco ed uno per la Francia e l'Inghilterra che preferivano vini più secchi. In sostanza, considerato che il vino prodotto presentava caratteristiche qualitative non omogenee tra un vino e l'altro e costatata la difficoltà a proporre un vino sempre uguale, altro non fece che indirizzare i prodotti verso mercati diversi. Nonostante il Picolit di Asquini fosse prodotto in un'area non propriamente vocata (Fagagna), esso, oltre alla eccellente qualità, presentava al consumatore anche una raffinata estetica: le bottiglie di vetro soffiato a Murano, presentavano l'etichetta con la dicitura "Picolit di Fagagna" e "Picolit del Friuli" (per identificare in modo inequivocabile il suo prodotto dai molti che ormai cercavano di conquistare il mercato) ed infine il tappo che veniva acquistato nientemeno che a Londra. Purtroppo con la morte del conte Asquini (1818), anche il Picolit termina il suo lungo momento di splendore ed inizia un periodo di grandi cambiamenti. L'imperativo era uniformare le tecniche di vinificazione e stabilire definitivamente se questo vino doveva essere dolce o secco. Un grande lavoro di ricerca che contribuì al rilancio del Picolit, sviluppandone la coltivazione nella regione, fu compiuto dalla famiglia Perusini. Dapprima Giacomo Perusini, ufficiale dell'esercito austriaco che, dopo l'acquisto della Rocca Bernarda, iniziò il suo lungo lavoro di recupero della viticoltura aziendale, allora in pessime condizioni, interessandosi soprattutto alla ripresa del Picolit. Dopo un autorevole lavoro di ricerca, classificazione e sperimentazione, la famiglia Perusini nel 1935 mise a dimora duemila ceppi di Picolit dai quali, dopo una prima selezione di quindici, individuò quattro cloni che ben si adattavano a particolari condizioni ambientali sfavorevoli. I Perusini continuarono ad operare con ostinazione, nonostante le contrarietà di alcuni illustri studiosi del settore, giungendo ad ottenere un vino dalle qualità straordinarie. Le continue sperimentazioni effettuate, portarono, agli inizi degli anni Settanta, alla vendemmia dell'uva passita (in pianta o sui graticci) ed alla successiva vinificazione in bianco. Infine il vino, dopo tutte le operazioni di cantina, veniva destinato alle botti di rovere per il naturale processo di affinamento. Vino di qualità eccellente dalle sfumature dolci che rievocava la pesca, l'albicocca ed il miele d'acacia e dal colore dorato pallido, lucido e brillante. Finalmente in quegli anni si placarono le profonde polemiche intorno ai sistemi di vinificazione del Picolit e al suo sapore (dolce o secco?) mettendo d'accordo le diverse scuole in materia. Fu deciso unitariamente che il Picolit doveva essere dolce, la sua vendemmia tardiva o passita, il suo grado alcolico compreso tra 12,5 e 14 gradi ed il contenuto in zuccheri tra i 2,5 e 5,5 grammi/litro.

Oggi il Picolit è coltivato soprattutto nelle colline del Cividalese, pur ritrovandolo anche in altre zone e la ragione della sua ridotta coltivazione va ricercata nell'aborto floreale, suo malanno fisiologico.

Vino

Il Picolit è un prodotto di straordinaria finezza, dal colore giallo paglierino che assume tonalità più o meno intense in funzione dell'annata e dell'epoca di vendemmia. Profumo ricco ma delicato, in cui si ritrova la fragranza della mandorla, del pesco, dell'acacio, del castagno ed in genere dei fiori di campo e del miele. È un vino che si può definire non dolce, quasi secco, che presenta un'ampia varietà di gusti tra cui spicca un delizioso mandorlato.
Raccomandazioni gastronomiche

Vino che viene apprezzato pienamente se bevuto "da solo", è in sostanza un vino da "meditazione". Può, comunque, accompagnare, dessert in genere, ma non solo, offre infatti splendidi accostamenti anche con patè, ostriche, tartufi di mare e formaggio gorgonzola.

Va servito non freddo ad una temperatura attorno ai 10° - 12° C.

10 Domande per Sommelier 12-04-2018

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